Sono stato la sua prima ragazza – 3 – very hot kis
A mia memoria, quella fu la prima pomiciata della mia vita. Non facemmo in tempo a godere ma scoprimmo i nostri corpi, non ancora la nostra sessualità. Ebbi la consapevolezza di essermi eccitato e di avere fatto eccitare un altro ragazzo, ci eravamo quasi baciati, aveva sfiorato il mio corpo nudo e, nella confusione che contrassegna la preadolescenza, i miei ormoni ne risentirono, eccome. La sera, a letto, cominciai a esplorare la mia pelle, mi palpai dove aveva toccato lui, lo trovai dolce e conturbante: non era la prima volta che lo facevo, ma in quel momento sentii il cuore che andava a mille e il desiderio di lui si tradusse in eccitazione, il mio piccolo pistolino, solo pensando al tocco delle sue mani, si indurì di nuovo, lo strinsi nella destra, mentre con la sinistra mi toccavo le tette, pizzicavo i capezzoli turgidi. Feci su e giù per pochi secondi, per non gridare mi morsi le dita, lo scappucciai tutto e venni a fiotti, che mi colpirono in faccia, vicino alle labbra. Istintivamente mi leccai e trovai il mio seme caldo e piacevole.

Provai a immaginare come sarebbe stato il suo.

Capitò molte altre volte. La stanza era piccolina, lo spazio poco, il contatto forzato divenne piacevole, si tradusse in intimità e piacere reciproco. Ormai aspettavo i pomeriggi, dopo averlo guardato a lungo in classe con desiderio, per farmi toccare, ribellarmi, dirgli di no, sorridergli, vederlo sorridere e alla fine concedergli sempre qualcosa in più, sentire le sue mani che si infilavano sotto i miei maglioncini e si incollavano alle mie tette, le massaggiavano, e la cosa mi eccitava, mi veniva duro e pure a lui, solo che da lui si vedeva di più, lo aveva grosso e mi imponeva di metterci la mano sopra, all’inizio mi rifiutavo ma poi lo toccavo, pochi secondi ma intensi e poi via, fino al momento successivo, in cui mi riprendeva la mano e me la riportava lì, sul suo coso, mentre lui mi palpava le minne.

Però non rimanemmo più da soli. Non so se la mamma si fosse insospettita, ma quando Giovanni veniva a casa, lei non usciva più e in quella situazione – entrava spesso a sorpresa nella mia stanza, con scuse di ogni genere – non capitò più di stare in intimità come quella nostra primissima volta. Anche baciarci non era facile: mancava l’atmosfera. Spogliarsi, non ne parliamo: troppo rischioso.

– Mi piaci. Mi piaci da morire – mi disse però un giorno, alla fine della nostra ennesima mini-pomiciata, dopo che ci eravamo silenziosamente toccati reciprocamente, con i vestiti indosso. Rimanemmo a guardarci negli occhi tanto, troppo vicini.

– Sei finocchio? – dissi con un filo di voce, e lo dissi io, che dentro di me volevo essere il suo finocchio personale.

– No, tu sei una bella femminuccia. Non sono finocchio. E nemmeno tu lo sei. Tu mi piaci come femmina, non come maschio. Ho avuto ragazze, nessuna mi ha mai intrigato come te.

Era una balla, me lo sentivo, ma mi inorgoglì, perché lui preferiva me, alle ragazze vere. Si guardò in giro, mamma era in una stanza lontana dalla mia. Mi baciò a stampo, bocca contro bocca, in maniera più insistita, dolce, mi fece paura perché mi piaceva, le sue parole avevano squarciato il velo, io ero veramente una bella femminuccia, non volevo che la sua bocca si scollasse dalla mia ma dovevo assolutamente scollarmi io, non potevo baciare un altro ragazzo, si sarebbe saputo in giro, non dovevo.

– Giovanni, smettiamola. Ho paura.

– Paura di che? Mi piace, ti piace: che male c’è?

– Ho paura che si sappia in giro, che i compagni ci rendano la vita impossibile. E poi io non sono finocchio.

– Ma come vuoi che si sappia?

– Non lo dirai a nessuno? Non ti vanterai?

Mi guardò con una faccia incredula e sorniona. Un viso da baci.

– Perché dovrei dirlo in giro? Non sento il bisogno di dire in giro che ci amiamo.

– Come hai detto?

Giusto in quel momento bussarono alla porta. Giusto nel momento in cui mi sentii gelare e allo stesso tempo ribollire il sangue nelle vene. Era una vicina, mamma la seguì, entrò a casa della dirimpettaia, chiuse la porta dietro di sé. Eravamo soli.

– Come hai detto? – ripetei tirando indietro la mia sedia e facendolo spostare a sua volta indietro con la sua -. Ma lo sai che significa amare un’altra persona? – e mentre lo dicevo mi avvicinai a lui, in modo da farmi prendere per i fianchi, mi fece sedere a cavalcioni sulle sue gambe, puntò dritto alla mia bocca e io alla sua, rimanemmo incollati a stampo labbra contro labbra, poi non riuscivamo a respirare e le aprimmo per prendere aria e a quel punto non so se fui io a infilare la lingua nella sua bocca o lui ad attorcigliarsi con la sua lingua alla mia, so solo che ci baciammo furiosamente, senza tregua, per un paio di minuti almeno, mentre le sue mani scostavano le barriere fra me e lui, mi sollevavano il maglioncino, staccò la bocca dalla mia solo per andare a succhiare le mie mammelle da latte, le morse e le succhiò come un neonato vorace, voracissimo, fece un giro con la lingua sui capezzoli, li mordicchiò, mi fece letteralmente impazzire.

Sentimmo riaprire la porta di casa, mamma era rientrata e di nuovo ci rimettemmo precipitosamente a posto, accaldati e affannati. Ma io non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso: ci eravamo baciati.

Mamma entrò a controllarci: sì, decisamente aveva capito qualcosa.

– Tutto okay, bambini?

– Sì, mammina – e mi portai il pollice alla bocca, ironicamente. Lei uscì sorridendo, però con un’espressione inquieta dipinta sul volto, richiudendo la porta. A quel punto Giovanni mi infilò il suo pollice in bocca, poi tornò a baciarmi con la lingua.

– Bambini un cazzo – disse ansimando -. Amore mio, devo assolutamente scoparti.

Il giorno dopo, sul maglioncino bianco, indossai il pullover rosso con lo strano disegnino e il girocollo largo che allora si usava, i jeans color vinaccia. Andai a casa sua, dove sua madre e suo padre non c’erano perché lavoravano entrambi. Quel pomeriggio lui portava i jeans sbiaditi che gli e mi piacevano tanto.

(3-continua)