La carbonaia
Correva la fine degli anni cinquanta. Allora di nudo non se ne parlava proprio, in spiaggia facevano la loro apparizione i primi bikini, il collant non era ancora stato inventato e le donne portavano le calze a velo sostenute dagli elastici o dai reggicalze.
Chi aveva la fortuna di poter andare a Parigi poteva assistere a qualche spogliarello che terminava con una fugace visione di un seno nudo e, se era misericordioso, portava agli amici un paio di riviste in bianco e nero con qualche donnina seminuda.
Di sesso se ne parlava pochissimo, le ragazze volevano arrivare vergini al matrimonio, e dato che nel frattempo i casini erano stati chiusi, a noi ragazzi restavano solo le puttane di strada o qualche amica più disinibita delle altre disposta a farsi palpeggiare un po’. Se eri davvero fortunato, riuscivi al massimo a farti tirare una sega sui sedili posteriori della seicento di papà.
Allora frequentavo l’università e, preso com’ero dagli studi, non avevo tanto tempo da dedicare alle ragazze. Quando era libero andavo alla partita o a giocare a biliardo con gli amici.
Un giorno Antonio, il figlio dei nostri custodi che aveva più o meno la mia età e col quale eravamo praticamente cresciuti insieme, mi chiese con aria misteriosa di seguirlo in cantina dove, in un locare un tempo adibito a carbonaia ed ormai abbandonato, si trovava una vecchia e malandata valigia di cartone.
L’ho trovata nella cantina dei R. – mi disse – quelli che hanno traslocato il mese scorso. La cantina l’hanno fatta svuotare dal robivecchi, ma io ho fatto un giro prima di lui per vedere se c’era qualcosa di interessante ed ho trovato questa – aggiunse indicando la valigia – doveva essere del vecchio, quello che è morto tre o quattro anni fa.
E allora? – gli feci io.
Prova ad aprirla – mi rispose.
All’interno della valigia, buttate alla rinfusa, c’erano un centinaio di vecchie fotografie in bianco e nero alla cui vista mi sentii balzare il cuore in gola e, contemporaneamente, mi sentii drizzare l’uccello dentro i calzoni.
Non avevo mai visto prima niente di simile e, con mani tremanti, mi misi a sfogliarle ad una ad una.
Ritraevano donne di ogni età, ma soprattutto giovani, in compagnia di uomini, di altre donne e, in qualche caso anche scene di orge.
Le immagini erano assolutamente esplicite e fissavano scene di accoppiamenti con primi piani dei sessi.
Che ne dici? – domandò Antonio dopo un po’ che mi rigiravo quelle foto tra le mani tremanti.
Accidenti – feci – mai visto niente di simile.
Ce ne sono alcune davvero arrapanti – disse.
Le hai da molto?
Qualche giorno.
Chissà le seghe che ti sei sparato.
La prima volta che le ho viste, quando ho trovato la valigia, sono addirittura venuto nei calzoni.
Ti capisco – gli feci io – a un certo punto stavo per venire anch’io.
Certo che sono forti – aggiunsi – guarda questa.
Gli passai una foto in cui due belle donne, in posizione di sessantanove, si leccavano reciprocamente la figa.
E guarda quest’altra!
Antonio me ne diede una in cui un negro aveva affondato nel culo di una donna bianca il suo enorme uccello.
La protuberanza sui suoi calzoni non lasciava dubbi sullo stato di eccitazione del mio amico e, quanto a me, dovevo sforzarmi per non godere nei calzoni.
Senti – mi feci lui ad un tratto – siamo amici da anni, ci conosciamo sin da bambini. Che ne diresti se ci tirassimo una sega. Io non ce la faccio più, ho i coglioni che scoppiano.
Pure io – mi lamentai – se non li svuoto subito finisce che mi sporco i calzoni.
Dimmi la verità – aggiunsi – vieni spesso qua sotto?
Vengo di continuo. Mi sto letteralmente ammazzando di seghe. Allora, se sei d’accordo…
E, senza neppure attendere la mia risposta, prese a sbottonarsi la patta.
Anche se da ragazzino mi era capitato, come a tutti gli adolescenti, di tirarmi le seghe con gli amici, erano ormai anni che non lo facevo più. Inoltre non lo avevo mai fatto con Antonio, per cui quando lo vidi armeggiare nella patta provai un certo imbarazzo, che si trasformò in autentico stupore quando lo vidi estrarre con difficoltà la fava rigida.
Era davvero enorme, lunga, grossa e percorsa da spesse vene scure. La testa era ancora incappucciata, ma si vedeva che era larga e grossa anch’essa.
Confesso che fui turbato da quella visione e in parte provai vergogna per il mio affare che, per quanto non piccolo, al confronto con quel formidabile attrezzo, sarebbe apparso un pistolino.
Che fai, non ti seghi? – domandò vedendo che indugiavo – chi non si sega in compagnia…
E scoppiò a ridere.
A quel punto estrassi anch’io la fava e, uno di fianco all’altro, cominciammo a lisciarcele passandoci le foto che ci sembravano più arrapanti.
La mazza di Antonio si faceva sempre più grossa e più dura. Vedevo la testa lucida e rossa apparire e scomparire al ritmo della sua sega e la vedevo farsi sempre più umida.
Avvertimi quando stai per godere – mi disse ad un tratto – così godiamo insieme.
Ok. Io ci sono quasi.
– Anch’io.
Venimmo in contemporanea sborrando come cavalli e lanciando per aria lunghi getti di caldo e spesso seme maschile che andavano a spiaccicarsi rumorosamente sul pavimento della carbonaia.
Accidenti – disse Antonio dopo che entrambi ci fummo svuotati i coglioni – anche tu non scherzi. Buttavi come un cavallo.
Già – gli feci eco – ci siamo fatti davvero una bella sborrata. D’altronde quelle foto mi avevano fatto arrapare come una bestia. E poi devo confessarti che non mi è dispiaciuto affatto guardarti mentre ti segavi quel randello nodoso, e quando ti ho visto scaricare tutta quella roba l’ho trovato davvero eccitante.
Anche a me è piaciuto guardarti mentre ti segavi e mi è piaciuta soprattutto la tua sborrata. Sei davvero potente, non avevo mai visto prima sborrare a quella maniera, in maniera così abbondante e con quella potenza.
Eravamo lì, in piedi l’uno accanto all’altro, col cazzo gocciolante e ancora duro fuori dai calzoni.
Ti senti soddisfatto? – mi domandò ad un tratto.
Mica tanto.
Neppure io. Che dici, ce ne tiriamo un’altra?
Perché no.
Vuoi che te la tiri io?
Non saprei.
Io la tiro a te e tu la tiri a me. Non c’è niente di male.
D’accordo, proviamo.
Se ci togliamo i calzoni staremo più comodi, che ne dici?
Per me sta bene – dissi.
Allora è meglio che controlli che la porta sia ben chiusa – aggiunse lui.
Senza calzoni e senza mutande i nostri cazzi potevano svettare liberamente verso l’alto ed offrirsi alla mano dell’altro.
Quella di Antonio era calda e morbida e quando l’avvolse attorno al mio cazzo duro provai una sensazione magnifica.
Io avvolsi la mia attorno al suo randello e, nonostante avesse goduto da poco, ne potei percepire appieno la durezza e la nodosità.
Ne feci scorrere la pelle e ne scoprii la testa, ancora sporca dalla recente sborrata.
Quando sentii che mi palpava i coglioni feci altrettanto con i suoi.
Erano grossi e duri e glieli massaggiai mentre lui faceva altrettanto con me.
Stai godendo? – mi domandò.
Un casino; mi piace maneggiare la tua fava e sentire come tu maneggi la mia.
Sei bravo a segarmi – mi disse
Vedrai che sborrata ci facciamo.
Oramai le foto non ci interessavano più, eravamo troppo interessati ai nostri reciproci cazzi.
Leviamoci anche le magliette – disse Antonio.
Perché? – domandai.
Così è più bello, e poi non rischiamo di sporcarle.
Non vorrai mica sborrarmi addosso! – esclamai.
Quando sborro, sborro e non sto a guardare dove schizzo, potrei sporcarti.
D’accordo allora mettiamoci nudi.
In effetti era meglio perché potevamo anche titillarci reciprocamente i capezzoli, cosa che faceva godere entrambi, e poi, se anche ci fossimo schizzati un po’ addosso non ci saremmo sporcati i vestiti.
Lo sai che non ho mai goduto tanto – mi disse Antonio mentre si riempiva la mano di saliva e me la strofinava sulla cappella facendomi a mia volta godere come un maiale.
Sto godendo un sacco anch’io. Mi piace da matti maneggiare la tua nerchia, così grossa e dura e mi piace come maneggi la mia.
Vuoi che ti scopi il cazzo con il mio?
Lo guardai interrogativo, non capivo cosa intendesse dire.
Io ho il prepuzio molto lungo – mi spiegò – e se vuoi ci puoi infilare dentro la cappella. L’ho già fatto con altri amici e li ho fatti godere un sacco.
Ci mettemmo l’uno di fronte all’altro, lui si allungò il prepuzio con due dita, io mi scappellai bene e infilai la testa del cazzo dentro quel lembo di pelle calda ed umida che l’avvolse completamente.
Eravamo chiaramente entrambi arrapati come bestie e quando, mentre lui faceva scorrere la pelle del suo prepuzio su entrambe le nostre cappelle, mi chiese se mi piaceva gli risposi con un grugnito.
Dal momento che io avevo entrambe le mani libere, con una ripresi a massaggiargli i coglioni e con l’altra gli titillai i capezzoli che si erano fatti duri.
Sborriamo così? – mi domandò.
Si può?
Si, però facciamo un casino, ci sporcheremo tutti.
Chi se ne frega! – dissi.
Chi se ne frega! – disse anche lui.
Sborrammo così, il mio cazzo dentro il suo.
Facemmo davvero un casino; per fortuna avevamo dei fazzoletti e potemmo ripulirci alla meglio.
Per qualche giorno non potemmo rivederci, ma un giorno in cui lo studio mi risultava particolarmente pesante andai a cercarlo. Ero infoiato come lo si è solo a vent’anni ed avevo bisogno di svuotarmi i coglioni.
Antonio non era in casa e quando andai in cantina trovai la porta della carbonaia chiusa a chiave.
Merda, mi toccava tornare a studiare o tirarmi una triste sega solitaria.
Ero davanti al frigo a bere un bicchiere di latte quando suonarono alla porta.
Mi cercavi? – era Antonio.
Si. Ho fatto un salto alla carbonaia ma la porta era chiusa a chiave.
Lui mi fece un sorrise sornione, poi estrasse una chiave dalla tasca.
Eccola. Sei arrapato?
Abbastanza.
Allora, andiamo, sono arrapato pure io.
Nella carbonaia vidi un vecchio pagliericcio che la volta scorsa non c’era. Sembrava tutto sfondato, ma era ricoperto da un lenzuolo pulito.
Così staremo più comodi – mi spiegò lui – era abbandonato in una cantina vuota; spero che mia madre non si accorga che le ho fregato un lenzuolo.
Senza bisogno di tante parole ci spogliammo nudi e ci sedemmo sul pagliericcio, l’uno di fianco all’altro, con le foto a portata di mano.
Le guardammo e ce le scambiammo per un po’ di tempo, commentando quelle che ci piacevano di più mentre i nostri cazzi si facevano sempre più ritti e più duri.
Quanto tempo hai? – mi domandò.
Quanto voglio. E tu?
Anch’io.
Allora pigliamocela comoda. Ho voglia di godere e credo che una non mi basterà di certo.
Neppure a me. Lo sai che l’altra sera mi sono segato pensando a te?
Ma dai, racconta.
Ho ripensato all’altro giorno, alle sborrate che ci siamo fatte, a come ho accolto il tuo cazzo dentro il mio e a come tu ci hai sborrato dentro e mi è venuta una voglia pazzesca.
Mentre mi raccontava queste cose si era impossessato della mia fava e la stava lisciando con la destra, mentre con la sinistra mi stava accarezzando dappertutto.
D’un tratto mi accorsi che avevo allargato le gambe per permettergli di arrivare allo scroto e quando sentii la sua mano scendere ulteriormente ed arrivare al mio culo non feci nulla per fermarlo, anzi, allargai ancor più le gambe.
E quando vidi la sua bocca avvicinarsi ai miei capezzoli mi feci ancora più vicino. Era la prima volta che qualcuno mi leccava i capezzoli e quasi mi girò la testa dal piacere.
Gli misi una mano sulla testa spingendolo contro di me e con l’altra gli afferrai la mazza. Era stupenda, così dura e calda e pulsante.
Poi gli presi in mano i coglioni sgranandoli come un rosario: erano grossi e duri. Dovevano essere belli pieni.
Sembrò che mi avesse letto nel pensiero.
Sono pieni da scoppiare – mi disse
Se non li svuoto subito divento matto.
E allora svuotiamoli – gli feci eco – cosa vuoi che ti faccia?
Potresti segarmi un po’ mentre mi lecchi i capezzoli e, se non ti fa schifo, potresti ficcarmi un dito nel culo e tirarmi un ditale.
Un ditale al culo? – domandai.
Si, non hai mai provato?
No. Ma non fa male?
Tutt’altro. Se lo fai delicatamente e mi massaggi la prostata mi farai fare una sborrata gigantesca, la più grossa che tu abbia mai visto.
D’accordo. Dopo, però, tu mi scopi il cazzo con il tuo prepuzio. E’ la cosa più arrapante che io abbia mai fatto.
Sta bene. Anzi se vuoi te lo scopo subito. Però aspetta a sborrare.
Ci sedemmo l’uno di fronte all’altro ed infilai la cappella nuda nel suo prepuzio per farmela scopare, cosa che lui fece prontamente, facendo scorrere la pelle del suo cazzo a due mani.
Nel frattempo io, che avevo entrambe le mani libere, lo toccavo dappertutto e, ad un certo punto, gli leccai anche i capezzoli facendolo godere come un maiale.
E’ bello godere tra di noi – mi disse.
Eccome – gli risposi – oggi abbiamo un sacco di tempo per godere e possiamo fare tutto quello che vogliamo.
Poi fu lui a leccarmi nuovamente i capezzoli. Io vedevo il mio cazzo avvolto nella pelle del suo e dovetti trattenermi per non venire.
Ho tanta voglia di sborrare – gli dissi.
Aspetta ancora un po’- mi chiese – poi ti faccio sborrare io.
Quando mi accorsi di non riuscire più a trattenermi mi allontanai velocemente da lui.
Adesso tocca a te – gli dissi.
Lui si sdraiò sulla schiena sollevando le gambe verso l’alto in modo che io, seduto al suo fianco, potessi segargli la mazza e fargli contemporaneamente un ditale al culo.
Non ti farò male? – domandai.
Vai tranquillo, me lo faccio fare spesso. Devi solo bagnare il dito di saliva.
Feci come mi aveva detto e, senza fatica, riuscii ad infilargli nel culo tutto il dito medio che presi a fare scorrere su e giù mentre con l’altra mano iniziai il raspone.
Doveva godere Antonio, accidenti se doveva godere; lo sentivo gemere ed ansimare mentre dal suo cazzo, grosso, duro e nodoso come non mai, prese a colare una bava collosa e biancastra che ben presto mi impiastricciò tutta la mano.
Sei bravo – mi disse – dio, come sei bravo.
Per tutta risposta mi abbassai verso di lui e gli titillai con la lingua i capezzoli.
Stai godendo? – gli domandai.
Mai goduto tanto. Vedrai che sborrata ti regalo.
Vuoi già sborrare?
Si, ti prego, fammi sborrare!
E io?
Dopo a te ci penso io. Ti scopo di nuovo il cazzo e se vuoi te lo prendo anche in bocca.
Davvero?
Davvero! Ti faccio qualsiasi cosa; ma adesso, ti prego, non ti fermare e fammi sborrare.
Ok. Cosa devo farti?
Continua col ditale al culo e riempiti la mano destra di saliva; poi me la strusci sulla cappella e mi ripassi i bordi con le dita piene di saliva; intanto, se riesci, dovresti continuare a leccarmi i capezzoli.
Gli feci tutto quello che mi aveva chiesto e lui mi regalò la più grossa sborrata che avessi mai visto.
A mano a mano che il climax si avvicinava il suo cazzo perdeva sempre più bava e sul lenzuolo, sotto di lui, si era formata una larga chiazza.
Eccola, eccola, eccola – urlò d’un tratto, col rischio che qualcuno ci sentisse – la sento che arriva! Continua così, bravo, vai più giù col dito e continua a strofinare la cappella. Aggiungi saliva, che mi fa godere, è come se mi stessero facendo un bocchino!
E, finalmente, godette.
Mi è difficile descrivere a parole lo spettacolo di quella sborrata, una vera manifestazione di potenza.
Schizzi lunghissimi e potentissimi di sborra, dei veri getti, sorvolarono il pagliericcio per andare a schiantarsi rumorosamente contro il muro di fronte. Quando, dopo un numero imprecisato di quelle formidabili bordate, credetti che si fosse svuotato del tutto, lui mi invitò a continuare.
Non ho finito, continua, ce n’è ancora.
E infatti, dopo alcuni secondi, partì un’altra bordata, non così potente e copiosa come la prima, ma comunque sempre impressionante.
Ero esterrefatto da quello spettacolo e avevo una voglia dolorosa di godere anch’io.
Con la mano tutta sporca dalla sborra del mio amico mi afferrai l’uccello e presi a segarmelo furiosamente, ma lui mi fermò.
No – disse – ci penso io. Dammi solo qualche secondo per riprendermi.
OK, ma fai in fretta. Mi fanno male i coglioni da tanto che sono pieni.
Te li svuoto io, non ti preoccupare. Sdraiati accanto a me e lasciami fare.
Col cazzo ancora gocciolante, Antonio si inginocchiò accanto a me, che nel frattempo mi ero sdraiato sulla schiena, e prese a leccarmi il petto, la pancia e le gambe.
Mentre mi leccava le cosce sentivo il suo viso ed i suoi capelli sfiorare il mio cazzo e stetti per godere. Lui se ne accorse e mi pregò di trattenermi ancora un poco.
Quando sentii che mi passava la lingua sui coglioni spalancai le gambe e quando sentii le sue labbra lambire delicatamente la cappella gemetti di piacere.
Cosa vuoi che ti faccia? – mi domandò.
Tutto – gli risposi.
Allora mi fece mettere seduto e mi scopò il cazzo col suo prepuzio ancora tutto sporco della sua sborra. Mi leccò i capezzoli, il collo e le orecchie.
Quando sentii il suo dito premere contro i miei sfinteri, anziché stringerli cercai di dilatarli e, a poco a poco, lo sentii penetrare in me.
Come prese a massaggiarmi la prostata godetti come non mai ed il mio cazzo prese a colare come un rubinetto mal chiuso.
Fammi sborrare, fammi sborrare – lo imploravo – fammi sborrare. Dopo ti faccio qualunque cosa, se vuoi ti do anche il culo ma adesso fammi sborrare.
Non avere fretta e godi più che puoi. Quando sarà il momento ti farò sborrare.
Voglio sborrare, te ne prego, sto godendo troppo, sto male.
Saltavo sul suo dito per affondarmelo più che potevo nel culo mentre lui mi leccava dappertutto e mi lisciava la mazza.
Nel frattempo il suo uccello era ridiventato duro come il ferro e mi riempiva la mano.
Quando forzò la mia bocca con la lingua dischiusi le labbra e lo baciai come non avevo mai baciato nessuna ragazza.
Adesso fammi sborrare – lo implorai di nuovo sottraendomi per un attimo al bacio – fammi sborrare mentre mi succhi la lingua e mi sditalini il culo.
D’accordo adesso è il momento. Il tuo cazzo sta sbavando da fare schifo, mi hai sporcato tutto con la tua bava di cazzo.
In effetti, avvinghiati come eravamo, stavo sbavando sulla sua pancia e sul suo cazzo.
Mi fece sborrare come glielo avevo richiesto, tenendomi stretto a se, succhiandomi la lingua e continuando a tirarmi il ditale al culo.
I nostri cazzi erano stretti tra i nostri corpi avvinghiati, per cui quando godemmo – perché quando godetti io godette anche lui per la seconda volta – ci sborrammo addosso mescolando le nostre sborre al nostro sudore.
Che goduta mi feci! Non avevo mai goduto tanto e non la finivo più di buttare. Con la lingua nella sua bocca ed un suo dito nel mio culo mi feci la più grossa sborrata che avessi mai fatto.
Quando ci accasciammo esausti sul pagliericcio eravamo entrambi fradici.
Ci ripulimmo alla meglio col lenzuolo ed accendemmo una sigaretta.
Hai goduto? – mi domandò Antonio.
Da stare male. E tu?
Sono venuto due volte di fila!
Come fai a sborrare così tanto? – gli domandai mentre fumavamo.
Bè, anche tu non scherzi! Hai scaricato tanta di quella roba! Ti è piaciuto vedermi sborrare così tanto?
Da morire. Vorrei guardarti di nuovo.
Il pomeriggio è ancora lungo. Prima sei stato molto bravo e mi hai fatto godere come un maiale. Se mi fai nuovamente godere così ti faccio vedere un’altra bella sborrata.
Dimmi cosa vuoi ed io te lo faccio.
Davvero?
Davvero.
Adesso riposiamoci un po’.
Ci addormentammo di colpo e fummo svegliati da dei rumori sospetti. Qualche inquilino doveva essere andato in cantina e rimanemmo in silenzio fino a che non lo sentimmo andarsene.
Mancavano ancora un paio d’ore alla cena, per cui avevamo tutto il tempo che volevamo.
Antonio fece una scappata a casa e ne tornò con dell’acqua e degli asciugamani.
Bevemmo e ci demmo una lavata.
Mentre si stava asciugando abbracciai il suo corpo nudo e lo baciai in bocca.
Ce l’avevamo entrambi duro.
Impugnai il suo con entrambe le mani e lo trassi a me.
Poi ne feci scorrere la pelle per denudarne la cappella, che carezzai con i polpastrelli.
Ti è venuta di nuova voglia – disse lui ridendo.
Già – feci io.
Ricoprii la sua cappella, estrassi la mia, e la infilai nel suo prepuzio.
Giocai un poco con i nostri cazzi, poi lo trascinai verso il pagliericcio e lo feci sdraiare sulla schiena.
Mi sdraiai sopra di lui e gli ficcai la lingua in bocca. Lui mi abbracciò forte e, quando sfilai la lingua dalla sua bocca, mi disse che gli sarebbe piaciuto scoparmi.
Intendi dire scoparmi il culo? – domandai.
Lui annuì.
No, il culo no. Se vuoi qualsiasi altra cosa, ma il culo no.
D’accordo, non c’è problema. Ho solo detto che mi piacerebbe.
A me no.
Ricevuto. Allora cosa ti piacerebbe fare?
Tutto meno essere inculato.
Ho voglia di leccarti tutto – mi disse lui.
Accomodati. Non chiedo di meglio – gli risposi pregustandomi una bella goduta.
Voglio leccarti le palle, il cazzo e il culo.
Sistemato sul pagliericcio mi feci leccare dalla testa ai piedi. Seduto sul suo viso mi feci leccare i coglioni ed il buco del culo. Poi gli diedi la cappella da ciucciare e quando sentii che stavo per godere gli chiesi di fermarsi.
Non avevo mai preso in bocca una fava ma quella volta sentii di averne davvero voglia. Non posso dire che Antonio mi piacesse. In realtà mi era indifferente, avevo solo voglia di fare della maialate e di godere.
Così, dopo avere giocato un poco con il suo cazzo, feci scorrere il prepuzio ed avvicinai il viso alla testa del suo cazzo.
Lui mi afferrò la testa con entrambe le mani e la spinse verso di sé. Io aprii le labbra e, per la prima volta in vita mia, assaporai il gusto del cazzo.
Ricordo che gli feci un bocchino strepitoso perché lo sentivo gemere ed ansimare mentre mi carezzava la testa e mi diceva quanto ero bravo a succhiarglielo.
Quando il suo cazzo cominciò a colare bava sporcandomi tutte le labbra e la lingua me lo sfilai dalla bocca.
Antonio era arrapato come una bestia e mi implorò di continuare.
Fammi godere con la bocca – mi implorò – fammi sborrare così.
Aspetta – gli risposi – voglio che sborriamo insieme. Prima di farti sborrare voglio che tu mi lecchi ancora il buco del culo
Mi misi alla pecorina e gli offrii il buco del culo da leccare.
Con la faccia affondata tra le mie chiappe lui mi leccò fin quasi a farmi godere; poi, d’un tratto, si rialzò e, con la velocità del fulmine, mi ritrovai la testa del suo cazzo che premeva contro il mio buco del culo.
Che fai? – chiesi allarmato, ma non mi spostai.
Ti voglio scopare – disse lui.
Tu sei matto. Con quel randello che ti ritrovi mi squarterai.
Poco poco – mi implorò – infilo solo la testa del cazzo e poi mi sfilo.
A mia insaputa, quando era andato a prendere l’acqua si era procurato anche una crema e mi stava ungendo per bene infilando due dita nel mio culo per ungere anche l’interno.
Poi si unse accuratamente anche il cazzo e dopo poco me lo ritrovai in groppa che stava affondando dentro di me.
Mi inculò come un califfo infilandosi tutto fino alle palle che sentivo sbattere pesantemente contro le mie chiappe.
Sborrò quasi subito riempiendomi gli sfinteri del suo liquido caldo e dopo la prima, senza neppure sfilarsi si fece altre due godute, una in fila all’altra.
Sembrava come impazzito, mi cavalcava a più non posso dicendomi in continuazione di non avere mai goduto tanto e, quando finalmente si sfilò, io ero distrutto.
Da quella volta non ci siamo mai più rivisti ed io non ho mai più fatto sesso con un uomo.