Dedicato ad Emy – Il nostro primo sesso violento
Abbiamo appena finito di scopare in un bosco che l’ha vista altre volte protagonista. Ci baciamo distesi in auto e decidiamo di vagare un po’ verso il mare.
Durante il tragitto, mentre la mia mano entra ed esce dalla sua figa, mi parla di lei, delle sue passioni, della sua vita. Questa cosa mi piace, mi preoccupa, mi attira. Nei suoi occhi da zoccola colgo una dolcezza infinita.
Aggirandoci senza meta approdiamo in un piccolo paesino vicino al mare. È un borgo antico, sormontato dal rudere di un castello e con una piazza da cui si ha una vista panoramica su tutta la costa sottostante.
Arriviamo. Lei si alza e scende dalla macchina.
«Wow. Che femminone!”, esclamo.
Posso finalmente ammirarla in tutta la sua bellezza. Alta, giunonica, con un vestitino cortissimo che lascia poco spazio all’immaginazione. Sotto, solo la sua figa depilata. Ancora più sotto, un paio di scarpe nere di pelle con tacco che, nemmeno un’ora prima, avevo sentito sul corpo ed ero stato ad un passo dal leccare.
Si avvicina verso di me. La bacio e sento il mio cazzo irrigidirsi. Le porgo la mano e così, mano nella mano, come due fidanzatini, passeggiamo per le vie del paese.
Sento gli sguardi dei passanti su di noi, sul suo corpo. Una leggera brezza solleva delicatamente il suo vestitino svelando ciò che in molti immaginavano. È una sensazione troppo eccitante sentire la propria donna desiderata dagli altri. Vedere come la mangino con gli occhi. Immaginarli mentre si segano o scopano le proprie mogli pensando a quella giovanissima troia che hanno visto andare in giro senza mutande con affianco il proprio ragazzo (anche se io ancora non lo sono e, forse, non avrei immaginato di diventarlo da lì a poco).
Arriviamo nella piazza principale. Da qui si ha un colpo d’occhio mozzafiato reso ancora più bello dalla sua presenza. Lei ammira il paesaggio, io, da dietro, le faccio sentire il calore del mio corpo, il turgore del mio cazzo. La giro verso di me e la bacio. Si siede sul muretto di cinta e mi abbraccia. Vuole sentire il mio abbraccio. Me lo chiede. Mentre una famigliola in vacanza gironzola per la piazza, io continuo a baciarla e con un dito assaporo la sua eccitazione.
Risaliamo verso il castello. Nel rifare il tragitto al contrario, noto che gli uomini di prima erano lì immobili in attesa del nostro passaggio. Un anziano seduto ad una sedia si abbassa, con la scusa di accarezzare il cane, per godersi meglio lo spettacolo. Il bottegaio alla porta ci saluta con un sorriso mentre immagina la mia puttana nel retro della sua bottega inginocchiata a succhiargli il cazzo.
Arriviamo al castello. È chiuso per restauro. Seguiamo il percorso lungo le mura di cinta e, appena fatta una piccola curva e fuori dal raggio visivo di occhi indiscreti, non resisto. Faccio poggiare la mia troia con le braccia distese su uno steccato di legno.

Lei intuisce. Dice di no.
È un no che sa di fallo, costringimi a farlo perché è quello che voglio. Ha lo stesso sapore di quel no pronunciato qualche ora prima quando, dopo averle infilato in figa la confezione dalla forma fallica del lubrificante, sono entrato col mio cazzo nel suo culo.
Ed infatti, ora, lei è piegata a novanta gradi con le braccia poggiate alla staccionata ed io, da dietro, la scopo. Ansima ed il suo respiro è reso più affannoso dalla paura di essere visti, di essere scoperti.
L’eccitazione è alle stelle. Voglio venirle in bocca, farla assaporare il mio seme.
La sposto. La faccio inginocchiare.
Ora posso guardarla dall’alto in basso mentre i suoi occhi da zoccola reclamano la sua dose di sperma. Me lo succhia ancora un po’. Poi inizio a segarmi mentre le sbatto il cazzo sulle guance.
Ci sono. Le sborro in bocca e sulla faccia. Qualche goccia le cola sulle gambe. Si alza di s**tto. Mi bacia e nel farlo mi passa la mia sborra. La ricevo ma poi la sputo.
Ha voluto mettermi alla prova, la zoccola.
La faccio inginocchiare di nuovo e le pulisco il viso con le dita facendole leccare ogni goccia rimanente. Ci rialziamo ed andiamo. Dopo pochi passi mi ribacia.
È un’altra delle sue prove.
Arriviamo al ristorante. Scendiamo le scale che portano in quello che un tempo era lo scantinato di un antico palazzo. Lei davanti. Io dietro. Nello scendere non resisto e le do una pacca sul culo.
Siamo gli unici clienti della giornata. Ci sediamo ad un tavolo per due con vista panoramica. La rosa sul tavolo, l’atmosfera romantica fa sorridere entrambi. Ci guardiamo e ridiamo come due bambini. Ordiniamo.
Un attimo di tensione quando riceve la telefonata della madre che le chiede dove sia. «Sono da un’amica». Ritorna serena e sorridente.
Il giovane cameriere è un po’ impacciato nel servirci. Lo capisco. Nel sedersi il suo vestitino si è ulteriormente sollevato e non notarlo sarebbe impossibile. Intanto io e lei alterniamo momenti in cui parliamo delle nostre vite a momenti di silenzio in cui ci guardiamo negli occhi e sorridiamo come due ebeti.
È bellissimo.
Cambio piatti. Il solito cameriere inizia a togliere un po’ di robe dal tavolo. Forse intimidito, mi chiede ogni volta il permesso mentre con un occhio sbircia furtivo la mia troietta.
All’ennesima richiesta lo provoco. «fturché mi lasci acqua e vino puoi prenderti tutto, persino lei». Lui arrossisce. Lei, la mia zoccola, sorride maliziosa. Eppure molto probabilmente saranno coetanei.
Chiedo il conto. Salutiamo il personale, che nel frattempo si è sistemato al tavolo adiacente al nostro per mangiare, e andiamo.
Un gradino. Due. Il bagno.
Entriamo. Chiudo la porta di quello degli uomini ed entro insieme a lei in quello delle donne. Lei è lì che si sciacqua al lavandino mentre mi guarda pisciare con il cazzo in tiro.
Finisco. Vado dietro di lei e la bacio. Il mio cazzo struscia sulle sue chiappe. Sollevo il vestitino. Le faccio sentire il mio turgore nel solco del culo. La giro. La ribacio.

Le nostre lingue si attorcigliano tra loro, quando noto un muretto sulla parete del bagno. Ho un’idea. La faccio sedere e sposto un vaso per non farlo cadere. Poi le mie mani allargano piano piano le sue gambe.
Ora è lì, di fronte a me. La sua figa esposta al mio cazzo. I suoi occhi che mi implorano di scoparla.
Il primo sesso violento

Entro. Urla.

Capisco che devo fare qualcosa per non farci sentire. Le tappo la bocca con la mano destra. Inizio a scoparla ed intanto le premo il viso con la mano mordicchiandole il lobo dell’orecchio destro. Lei mi morde la mano. Vorrebbe godere urlando, facendo sentire a tutti quanto adora il cazzo.
È passato troppo tempo. Ci fermiamo prima che qualcuno possa insospettirsi. Ma ci ritorneremo. Magari dopo aver comprato una di quelle palline da inserire in bocca per ridurre il suono del suo godimento.
Risaliamo in auto. La mia mano si abbassa sulla sua figa bagnata. Entro ed esco. Lei gode. Poi è lei ad abbassarsi e prendere in bocca il mio cazzo.
Siamo su una superstrada, in pieno giorno, all’interno di un’auto scappottata, mentre lei, chinata verso di me, mi sta spompinando ed io le infilo un dito in culo. Le auto che viaggiano nella direzione opposta potrebbero notarci. Di sicuro lo ha fatto l’autista di un autobus che ci suona. Dalla foga lei, per sbaglio, tocca il cambio e l’auto va in folle.
Ci fermiamo. Ripartiamo. Per non rischiare interrompiamo il pompino e mi dedico al suo piacere con le mani mentre continuiamo a parlare di noi.
La accompagno alla fermata dell’autobus vicino casa sua e ci baciamo sapendo già che ci saremmo rivisti altre volte.

Torno a casa felice e con in dono le sue mutande.
Mai avrei immaginato cosa mi avrebbe chiesto di farci.

Inside

Dovresti camminare per strada con un ramo di quercia nel culo e poi incontrare tre balordi neri che dopo averti sgarrato tutti i buchi fino a farti sanguinare, dopo aver bevuto il tuo sangue ed averti lasciata coperta dei loro morsi e dei loro graffi, come belve fameliche, riprendano a scoparti, fino a succhiarti l’anima. Ti hanno lasciato sicuramente qualche profilattico nella fessa, distratti questi neri che sono abituati ad incularsi le scimmie. Ma tu dimentichi che sei stata la loro scimmia, il loro a****le schifoso. Appena uscita dal supermercato questi tre bingo bongo ti stavano seguendo. Si sono offerti, gentili, per posare le buste della spesa nel vano portabagagli della tua scassata station wagon mentre uno, rapidamente, ti ha preso le chiavi si è messo alla guida e gli altri due ti hanno dato un calcio in culo e ti hanno spinta dentro. Uno dei tre ha preso una sua mutanda sporca e te l’ha messa sugli occhi mentre la macchina sgommava verso un bosco in provincia di Piacenza. La tua testa scoppiava, i tuoi pensieri frullavano, eri un ruminante, ridotta ad una vacca con una nerchia in culo, una in bocca ed uno streppone in un orecchio. Sì, uno di questi, forse era stato in Sicilia, conosceva la parola streppone, sapeva il significato di quel termine che altro non era che uno dei tanti sinonimi del cazzo.

Ma sei vittima inconsapevole di questi tre a****li che ti stanno inculando a turno. Forse il profilattico che ha usato il primo ti è rimasto nella pucchiacca….ha detto quel mostro che ti sarebbero entrati altri.

Che cosa schifosa !
Mentre il primo ti impiastricciava i capelli perchè aveva spruzzato nel tuo orecchio, gli altri stavano entrando nella tua fica usando quello stesso profilattico. Eri ridotta uno schifo. Puzzavi di sesso, eri appiccicosa ed eri l’a****le del piacere di questi tre mangia banane. Mentre ti fottevano a pecorina, ti avevano sbattuta a terra in un cespuglio infatti, tutta la tua vita di brillante quarantenne in carriera ti passava davanti agli occhi. Il college in Inghilterra, il Master negli Stati Uniti… tutto nel cesso sarebbe andato dopo quell’esperienza, se fossi uscita viva, segnata nell’anima e nel cervello.

Ma a quelle bestie, figli di sciacalli e vigliacchi, non interessava nulla.

Avevano ben altri progetti su di te….ti avevano studiato, avevano seguito le tue giornate, i tuoi orari, la tua famigliola, tuo marto ed i tuoi tre figli. Erano pronti per ricattarti, ormai sapevano tutto di te.

E tu ? Come hai fatto a non notarli. Le tue preoccupazioni erano la manicure, il parrucchiere, il centro massaggi…e nulla più. Tutto fa parte della vita insulsa di una arredatrice imballata di soldi perchè il marito è direttore amministrativo di una Società di Gestione del risparmio.
Mentre loro scaricavano il loro seme nelle tue viscere, tu morivi.

Ma sono bravi, vogliono ancora giocare con te e le tue amiche. Le tue lacrime non li commuovono, i tuoi gemiti, le tue grida non li impressionano, anzi.
Tutti e tre iniziano a sputarti in faccia. Sono stanchi. Dimostrano anche loro di avere un briciolo di dignità che viene dai postriboli degli Inferni che frequentano. Ti rinfacciano le volte che ti hanno chiesto l’elemosina e tu non li hai degnati di uno sguardo.
Adesso stai pagando con gli interessi, ti hanno già derubato di quei quattro soldi che hanno trovato nel tuo portafoglio graffato. Sono molto pochi. Vogliono di più.
Tu, intanto rimani a quattro zampe con la testa nel cespuglio di rovi. Le spine e le ortiche stanno sfregiando il tuo bel volto da bambolina. I tuoi capelli neri, ben acconciati, il trucco e la tua lingerie. Sei smostrata, a questi tre a****li non è bastato strapparti calze e slip per fotterti ben bene. Ti hanno tolto anche gli stivali. Sei scalzi e quasi completamente nuda. Non puoi vedere cosa succede al di là di quel cespuglio. Forse ti hanno portato in una boscaglia.
Senti la puzza rivoltante dello sterco degli a****li mentre le tre bestie hanno iniziato a mangiare quello che avevi comprato al supermercato.
Qualche tua percezione ti fa presagire che in quel bosco ci saresti rimasta a lungo.
Tenti di parlare con qualcuno di loro ma ti arriva un calcio, con uno dei loro scarponi, dritto nel buco del culo, talmente forte che ti fa mancare il respiro.
Da quel momento in poi ti rendi conto che la tua vita è stata piana di stronzate insignificanti, il tuo brillante lavoro, le serate con tuo marito, le vacanze di lusso con gli amici vip. Tutto scivola giù per il cesso, come un fulmine che ti balena davanti agli occhi adesso vedi un’altra vita. La Vita Nera che questi tre diavoli ti prospettano.
Ti hanno già fatto capire che rimarrai, loro serva e schiava per ogni necessità, in quel bosco per un po’ di giorni. Ormai sei una loro proprietà. Queste tre bestie, sputate dai cunicoli di qualche Inferno hanno invertito la tratta degli Schiavi.
Adesso sono i negri che fanno i negrieri con i bianchi. Forse la prima sei stata tu.
La forza dei costosi cosmetici che hai usato, Silvia, non ti ha messo su un livello diverso dal loro.
Ognuno ha la propria Anima Nera e tu stai vivendo il tuo personale Inferno.
Ad uno dei bingo bongo, dopo aver farfugliato qualcosa con gli altri due è venuta nuovamente la voglia di slabbrarti quel tuo culetto bianco e profumato.
Gli altri due vanno a prendere delle siringhe usate, erano lì per terra. Poi un altro si stacca e si allontana. Quello che voleva farti il culo, visto che sei già in posizione, inizia a toglierti quel preservativo di colore verde chiaro che fuoriesce appena dlla tua fica. Lo succhia un pochettino ritenendo che quelle fossero tutte vitamine, e così beve anche un po’ di sperma dei suoi amici di bagordi.
Loro in quel pezzo di boscaglia hanno anche un capanno. Ormai, da quando sono in Italia, venuti chissà da dove, da quale parte dell’Africa o del Sudamerica hanno fatto di tutto. Tutto il male possibile ad ogni tipo di persona, utilizzando tutta la rabbia che avevano in corpo di una generazione, quella dei trentenni e dei quarantenni dei Paesi del Terzo Mondo dimenticati dai Paesi civilizzati.
Si arrogavano il diritto di essere dei Cavalieri della Vendetta, senza macchia e senza paura per i loro conterranei umiliati e offesi da circa due secoli di dominio e di guerre.
Tutte bufale, balle rivestite di zucchero filato e cannella, riempite di miele e marmellata di mirtilli da propinare alle loro vittime.
Avevano fatto truffe, rapine in banca, sequestri di persona e violenze di ogni tipo.
Erano liberi, nascosti come lupi, come predatori tra i più feroci, in quella striscia di bosco.
Erano sicurissimi di farla franca. Le violenze carnali quasi mai, per pudore, venivano denunciate dalle donne, che si limitavano a nascondere dietro qualche lacrima, nelle cucine delle loro case, quanto avevano subito. Gli uomini violentati venivano poi, dalla banda dei tra Satiri, per compiacere altri riccastri quando erano in fregola di farsi un bel palestrato o di succhiare e accarezzare il petto depilato di un quarantenne in splendida forma. A questi uomini facevano subire ogni tipo di gioco sado-maso, convocando anche dei transessuali brasiliani per far succhiare la fava e incularli di brutto. Adesso le chiamavano T-girls, un modo come un altro per dire che erano uomini travestiti da donna ma con una nerchia dalla dimensione asinina che lacerava il culo fino a farli sanguinare mentre i ricchi avvocati, industriali e viziosi italiani assistevano allo spettacolo.
A questo punto, nessun uomo avrebbe confessato alla propria compagna quello che aveva subito, dopo essere stato assente da casa per due giorni ed essere passato per le fogne di Napoli o di Milano per ricevere quel tipo di trattamento.
Sarebbe stato sufficiente dire alla adorata mogliettina che un improvviso viaggio d’affari lo aveva portato dall’Italia a Bruxelles per incontrare degli investitori e lei, anche senza uno straccio di telefonata, era lì pronta a bersi tutti. L’alta borghesia vive di falsità e si nutre di continue bugie pur di non perdere i propri privilegi per cui ben venga il viaggio d’affari, anche se estremamente hard e sado-maso, pur di non perdere il proprio collier d’oro che il maritino che le porta in regalo, facendole credere di averlo acquistato pensando a lei.
Così il ricco capitano d’industria da vittima riesce a passare per impegnatissimo uomo d’affari, dopo aver visto passare i topi delle cantine di Napoli, o di qualche altre città italiana rischiando la leptospirosi mentre qualche trans gli rompeva il culo e qualche brutto sgherro gli fracassava la faccia per sfogare le sue frustrazioni da disgraziato che spesso aveva mangiato topi arrostiti perché non poteva permettersi l’aragosta a colazione. Ed essendo schedato dalla Criminalpol era costretto a vivere nelle fogne, nei tempi di magra per evitare qualche ergastolo.

Mille notti di lussuria
di Antonio Fusco e altri