1998 – Una giovane amante
Pomeriggio libero, sole d’agosto a picco, caldo afoso in città… cosa c’è di meglio di saltare in sella alla propria moto e godersi un “gironzolo” lungo le strette, sinuose e praticamente deserte stradine dell’Altipiano, attraversando paesini sonnacchiosi nella calura estiva, magari concedendosi una pausa ristoratrice in una delle Osmize disponibili per un bicchiere di Terrano e qualche fettina di prosciutto. Non ci penso nemmeno un minuto, in casi del genere ogni perdita di tempo è pari ad una bestemmia.
Peccato solo per il casco piantato sulla testa, che impedisce di godersi come si deve il vento della corsa.
E così parto senza una meta precisa, anzi, con la sana intenzione di girellare svoltando a caso un po’ dove capita. E poi non si sa mai cosa po’ accadere nella vita: relativamente poco tempo fa, proprio grazie ad una gita con la moto, ho avuto l’occasione di conoscere un paio di ragazzi, Mara e Daniele, con i quali ho trascorso un pomeriggio veramente infuocato. Non che la cosa si possa ripetere tanto facilmente, ma non si sa mai e quindi da quella volta ho moltiplicato i miei “gironzoli”…. e chissà.
E, invece, contro tutte le stime statistiche e le probabilità contrarie…
Mi sono già goduto un’oretta di strada, quando esco da una curva ed imbocco un rettilineo giusto in tempo per vedere una figuretta a bordo strada che, in perfetto stile cartoon, appioppa una pedata di tutto rispetto ad un motorino, per poi mettersi a saltellare sul posto reggendosi il piede con le mani, mentre il piccolo mezzo pensa bene di rovesciarsi miseramente sul fianco. Per fortuna sto andando piano, altrimenti la risata che mi travolge rischierebbe di farmi finire fuori strada. Pinzo i freni e mi fermo a meno di un metro dalla figuretta, abbandonandomi sul manubrio con le lacrime agli occhi. Boccheggio a corto d’aria e mi sfilo il casco, mentre la ragazza mi fissa con uno sguardo incendiario, su tutte le furie.
– Scusami.- riesco a rantolare, cercando di smettere di ridere.- Ti prego, scusami. Non offenderti, ma pigliare a calci un motorino in quel modo… sembravi proprio Willy Coyote.- e giù a ridere ancora più forte.
La ragazza mi guarda in cagnesco per qualche altro istante, poi un mezzo sorriso le compare sulle belle labbra e di li ad un minuto è piegata in due a ridere assieme a me.
Non so come, riesco a scendere di sella senza finire lungo disteso e non mi resta che sedermi su un sasso li accanto aspettando che mi passi la crisi di ridarella.
E ci mettiamo parecchio, perché appena uno dei due ci riesce, vede l’altro che sghignazza e ricomincia a ragliare a tutto spiano. Alla fine siamo così senza fiato che smettiamo per puro sfinimento. Restiamo a guardarci come due cretini, tentando di riprendere fiato.
– Scommetto che non ne vuole sapere di mettersi in moto.- dico alla ragazza alla fine, indicando vagamente il motorino ancora rovesciato a bordo strada, in un tipico esempio di affermazione lapalissiana.
Lei, seduta a terra accanto a me, sorride ed annuisce, asciugandosi una lacrima col dorso della mano.- È da mezz’ora che ci provo… completamente morto!- fa, con un alzata di spalle. – Si è spento all’improvviso e non ne vuole sapere di ripartire.-
La guardo di sottecchi. – Non è che sei rimasta senza benzina?- dico.
Lei mi guarda storto.- Macché! Ho fatto il pieno stamattina…- risponde un po’ piccata.
– Scusa, non volevo offendere, ma a volte capita. Beh, diamo un’occhiata al paziente.-
Mi rialzo e le tendo le mani per aiutarla a fare altrettanto. Me la ritrovo a dieci centimetri di distanza. Due occhioni da Bambi mi fissano da sotto una sbarazzina frangetta nera con un espressione tra l’innocente ed il malizioso che mi fa scendere un brivido lungo la schiena. Per non parlare della camicia jeans di due taglie troppo grande che, non appena abbasso lo sguardo, mi offre un magnifico panorama su due seni piccoli ma perfetti e privi della costrizione del portatette. Mi affretto a lasciarle le mani e ad allontanarmi da lei di mezzo metro, neanche mi fossi ustionato. Mi conosco fin troppo bene, e so che effetto mi fa essere troppo vicino ad una ragazza… o forse dovrei dire ragazzina, per essere corretto. A guardarla bene dimostra si e no sedici anni. Io ne ho trenta e non vorrei davvero mettermi in qualche casino con una minorenne.
Per cambiare corso ai miei pensieri mi giro di s**tto verso il motorino e lo rimetto dritto sulle ruote, piazzandolo sul cavalletto.
Lei cerca di aiutarmi come può con l’unico risultato di rimettermi sotto il naso la scollatura. Distolgo rapido lo sguardo e mi dedico a rimettere in funzione il motorino riluttante. Traffico, tiro qualche filo, muovo un po’ di roba. Alla fine il mistero si svela: appena la tocco, la pipetta della candela mi rimane in mano.
– Ecco il problema. – dico alla ragazzina mostrandole l’oggetto incriminato.
– E adesso come faccio?- mi chiede con una vocina piccola piccola, da bambina spaventata, che mi scombussola non poco.
– Niente di grave.- dico schiarendomi la voce e rimettendomi diritto. – Una tagliata al cavo ed un po’ di nastro isolante ed è fatta.- le spiego, avvicinandomi alla mia moto ed aprendo la sacca laterale dove tengo il kit di riparazioni veloci che ogni motociclista che si rispetti porta con se (con buona pace del calcolo delle probabilità di cui sopra). Tiro fuori il necessario, torno a voltarmi e mi blocco.
– Orcatrota!- gorgoglio vedendo il panorama. La tipa si è piegata in avanti per osservare il cavetto che pende dal motore, senza rendersi conto che in quel modo letteralmente mi punta addosso un culo a mandolino, scarsamente coperto dalla corta gonnellina che indossa, che farebbe arrapare un bonzo tibetano. Chiudo gli occhi per un secondo, nel tentativo di tenere a freno la parte sessuomane della mia mente, dicendomi che anche solo pensare certe cose con una minorenne può risultare pericoloso. Il problema è che una volta che il mio sistema da sesso si mette in moto è un casino pazzesco rimetterlo in stand by. Deglutisco a vuoto un paio di volte cercando di raffigurarmi in manette e scortato da due agenti di PS… funziona abbastanza, ma non del tutto. Riapro gli occhi e per fortuna la sbarbina si è raddrizzata e fissa imbronciata il suo trabiccolo. Mi affretto verso il ciospo, intenzionato a rimetterlo in moto quanto prima, per poi saltare in sella e scapicollarmi lontano da quella fonte di problemi che è la sua legittima proprietaria. Mi accuccio accanto al motore e mi do da fare con pinza e nastro isolante, ma la ragazzina pensa bene di osservare ogni movimento delle mia mani, per farlo, mi si accoccola accanto appiccicandosi a me come un cerotto. Inizio a sudare, ma non è ne caldo ne fatica per il lavoro. Finisco in meno di due minuti, metto da parte gli attrezzi e provo il pedale di accensione. Quattro colpi, un po’ di borbottii, un paio di scoppi dalla marmitta ed infine il motore riparte con uno strillo.
– Ecco fatto.- dico alla ragazza. – il problema è risolto.-
Lei sgasa un paio di volte, sorridendomi felice, poi spegne il motore, lo riaccende al primo colpo, lo spegne di nuovo. – Funziona da Dio!- esclama, girando attorno al piccolo mezzo che i avevo strategicamente messo tra di noi. – Non so proprio come ringraziarti,- dice e, prima che io riesca solo a pensare ad una tattica per evitarlo, mi abbraccia stretto, aderendomi addosso colma di entusiasmo e gratitudine. – Grazie infinite, sei un tesoro!-
“No, sono in un mare di merda!” Riesco a pensare prima che il famigerato sistema da sesso si rimetta in funzione a piena potenza, chiamando in causa pure l’artiglieria vera e propria. Un attimo dopo la ragazza si blocca, mentre percepisce chiaramente la parte erettile del mio corpo che si mette a spingere contro il suo ventre.
Ci paralizziamo entrambi ed io chiudo gli occhi e serro la mandibola in attesa dello schiaffone che sta per arrivare.
Lungo attimo di stasi, tutti e due praticamente pietrificati… soprattutto la mia parte erettile, purtroppo. E lo schiaffone non arriva!?
Socchiudo un occhio e la sbircio, mentre lei resta immobile contro di me. Mi sta fissando in modo strano, come se si stesse domandando come procedere. Apro pure il secondo occhio e faccio per allontanarmi da lei, pensando tra me che forse riesco a scamparla senza ulteriori problemi, ma lei mi trattiene con le braccia osservandomi seria.
– Ma guarda un po’… – mormora, spingendo la pancia verso di me e ondeggiando lentamente. Un sorrisino estremamente malizioso le illumina lentamente il viso. – Non pensavo di poter fare un effetto del genere.- ronfa.
– Senti, piccola…- comincio a dire, tentando nuovamente di allontanarmi da quel corpo morbido e caldo.
– Roberta.- mi corregge lei, restandomi attaccata addosso come una tellina.
Sospiro e ricomincio. – Piacere, Pluto. Senti, Roberta, non ti arrabbiare…-
– Non mi sono arrabbiata.- puntualizza, sorniona. – Sono lusingata.- E continua a starmi appiccicata come una tellina.
Altro sospiro. – … è vero, sei una ragazzina stupenda, con un corpo da favola, e sono sicuro che avrai la fila di pischelli che ti corrono dietro. Ma io sono un po’ troppo grande, per te.-
– Non mi sembri tanto vecchio.- Fa lei, serafica, ondeggiando lentamente contro di me.
– Sono vecchio a sufficienza per beccarmi cinque anni di galera per il solo fatto di averti abbracciata.- rispondo con i sudori freddi al solo pensiero.
– Cinque anni di galera?- chiede lei perplessa, mettendo termine al dolce supplizio del suo pube che ondeggia contro il mio pacco.
– Non so se sono cinque, ma di sicuro finisco al fresco se contino a strusciarmi contro una minorenne!- Ribatto con decisione. Quest’ultima affermazione deve aver colto nel segno, perché mi molla di s**tto e indietreggia di un passo.
– Come sarebbe a dire?- fa, indignata.
– Sarebbe a dire che se qualcuno mi vede a cazzeggiare con una ragazzina che si e no avrà sedici anni, mi sbattono dentro e buttano le chiavi!- ribatto secco, battendo in ritirata verso la mia moto.
– Sedici anni!?- fa lei, improvvisamente incazzata come una biscia, piantandosi le mani sui fianchi a gambe divaricate, in un atteggiamento chiaramente di sfida. – Secondo te io avrei sedici anni?-
La guardo, prendendo il casco, e non posso fare a meno di ridacchiare. E’ uno spettacolo della natura, praticamente una Valentina di Crepax in formato mignon. – Già!- ribatto, alzando il casco per infilarmelo.
– Io di anni ne ho quasi diciannove, specie di orso delle caverne che non sei altro!- Sbotta
– Ma ti prego!- Ribatto, senza credere ad una parola.
– Devo farti vedere la carta d’identità o ti basta il fatto che non ho il casco?- mi chiede, con pesante ironia, facendomi una linguaccia in modo parecchio infantile che contrasta nettamente con le sue precedenti affermazioni riguardo all’età.
Resto come un deficiente, con le braccia alzate ed il casco appoggiato sul cucuzzolo della testa. Giro gli occhi verso il motorino, che è un 50cc, poi mi guardo attorno. Nessun casco visibile. – Oh cazzo!- borbotto, facendo finalmente due più due e riportando lo sguardo su di lei che mi sta fissando soddisfatta.
– Già! – è il suo turno di dire. – Niente casco, motorino 50, quindi almeno diciotto anni.- Riassume, con il tono che si usa per un ritardato mentale. Sembra una cazzata, ma i nostri legislatori reputano che un maggiorenne più andarsene in giro in ciclomotore senza casco, come se, cadendo, non potesse scassarsi la testa come qualsiasi altro essere umano sulla faccia della terra.
– Porcavaccaschifa!- grufolo io, decidendomi ad abbassare le braccia, casco compreso, in una posizione meno ridicola. – Io pensavo…-
– Pensavi sbagliato!- mi interrompe lei, piccata, incrociando le braccia sul seno.
– Mi sa proprio di si.- Rispondo mogio.- Scusami, non ti volevo offendere. Se lo avessi saputo…- poi mi rendo conto di quello che sto per dire e mi interrompo schiarendomi la voce.
Lei mi fissa cercando di mantenere l’espressione da incazzata, ma gli occhi le brillano in modo strano. – Se lo avessi saputo…?- mi chiede alla fine.
Io mi limito a scuotere la testa.- Lascia stare. È meglio se vado.-
L’espressione incazzata sparisce dal suo viso, sostituita dal sorrisetto malizioso di prima, mentre fa un passo avanti. – E dove vorresti andare, in queste condizioni?- mi chiede, allungando la mano e sfiorando con le unghie il bozzo che ancora mi deforma il davanti dei pantaloni: nonostante tutto, quella parte di me è restata sul chi vive. Una volta o l’altra mi farà finire in casini davvero grossi.
– A farmi una doccia fredda.- riesco a rispondere, cercando di darmi un contegno.
Lei inclina la testolina mora da un lato e si mordicchia il labbro inferiore… il che provoca un guizzo istantaneo al mio inguine. – Doccia fredda? E non ti viene in mente altro, per rimediare?- smette di grattare con le unghie e mi afferra il pacco attraverso la stoffa, guardandomi fisso negli occhi.
A questo punto, se continuo a tentennare sono un perfetto imbecille. – In effetti si.- dico, appoggiando il casco sul manubrio. É il mio turno di abbrancarla e tirarmela addosso, schiacciandole l’uccello sulla pancia.
Mi chino su di lei e la bacio. Un secondo più tardi la sua linguetta impertinente si attorciglia alla mia, mentre le mie mani iniziano ad esplorare quel piacevolissimo corpo che mi ritrovo tra le braccia.
Dopo un po’ ci stacchiamo. – Devo pur sempre ringraziarti dell’aiuto.- Mi dice, sorniona come un gatto soriano che sta per papparsi un intero stormo di canarini. Ora capisco perché quello che io chiamo pomposamente “il mio sistema da sesso” si è messo in moto con quella che sembrava una sbarbina. Teoricamente è una specie di sesto senso che mi permette di individuare una femmina “disponibile”, indifferentemente che si celi sotto forma di ragazzina pubescente, donna in carriera o casalinga irreprensibile, ma il problema è che sto sesto senso mica comunica tanto bene con la mia parte razionale, quindi difficilmente mi rendo conto del perché mi ritrovo improvvisamente ingrifato come un mandrillo in piena stagione dell’estro. Insomma un problema di comunicazione e interpretazione.
Lei ovviamente non sa di queste mie elucubrazioni, mi prende per mano e mi precede oltre il bordo strada, diretta tra i cespugli di scotano che formano il tipico sottobosco carsico. La seguo diligente, rammaricandomi di non avere con me nemmeno un fazzoletto da stendere a terra.
Quando è sicura che dalla strada nessuno può vederci, si ferma all’ombra di una grossa roverella. Le sono addosso in un attimo, con l’intenzione di riprendere da dove ci siamo interrotti, ma lei è più veloce: si accoscia davanti a me e si da da fare per slacciarmi i Jeans
– Aspetta un secondo…- tento di dire.
– Shhhhht!- mi fa lei, riuscendo rapidamente nel suo intento. Un attimo dopo mi abbassa gli slip e l’uccello salta fuori come un pupazzo a molla, svettando davanti al suo naso.
– Mica male!- cinguetta, chiaramente soddisfatta della mercanzia, che afferra con la manina delicata. Avvicina il viso e tira fuori la punta della lingua. La sento respirarmi sulla punta del cazzo, sulla quale poi mi da una leggera leccatina che mi strappa un gemito ed un brivido.
– Buono.- Mormora. Spalanca la bocca e fagocita la cappella, iniziando a frullarci sopra la lingua come un Brown Multipratic.
– Cazzo!- ringhio a denti stretti.
Lei mi guarda negli occhi ed annuisce, come a dire che sa perfettamente il nome della cosa che sta succhiando, poi inizia un pompino forsennato, da diciannovenne disinibita… ovvero compensando la tecnica, decisamente carente, con una dose spropositata di entusiasmo.
La lascio fare per qualche minuto, godendomi l’entusiasmo che ci mette (ma non posso dire altrettanto dei denti) poi decido che è il momento di cambiare gioco, anche perché non vorrei lasciare qualche ettaro di pelle delicatissima sui suoi molari.
Le blocco la testolina e libero il mio uccello dalle sue fauci voraci, strappandole un piccolo verso di protesta. La rimetto in piedi di forza, ovvero infilandole le mani sotto le ascelle ed alzandola di peso, e poi mi accoccolo davanti a lei, alzandole la gonna e liberandola in un lampo delle mutandine.
– Ehi, ma… aspetta…- tenta di protestare lei. Troppo tardi. Le faccio appoggiare un piede su un masso li vicino, poi incollo la lingua alla sua fighetta, cominciando a leccarla per bene.
In meno di un minuto è completamente partita, esattamente come mi aspettavo: come diceva il protagonista di un film, “mi da gusto mangiare la patata”, e a son di farlo (e grazie agli insegnamenti di Gianna, la mia “nave scuola”) sono diventato un vero esperto. E si vede dalla reazione della pischella, che mi intreccia le dita nei capelli e si mette a miagolare a tutto spiano, contorcendosi come una biscia a ritmo con la mia lingua che si attorciglia al suo grilletto.
Non sto li a cronometrarmi, ma so per certo che non sono passati più di cinque minuti da quando ho iniziato il mio gioco di lingua che Robertina si tende allo spasimo e viene sulle mie labbra con un gemito stile ultimo respiro. Le do il tempo strettamente indispensabile per respirare, poi passo alla fase due: mi rimetto rapidamente in piedi, fletto le ginocchia e, guidandomi con una mano, la inforno con un unico affondo.
– Oddio!- gorgoglia lei, sentendosi farcita. – Io non… non…- balbetta, con gli occhi strabuzzati.
– Tu non… cosa?- le chiedo, cominciando un ritmato e profondo andirivieni dentro di lei.
Lei si abbranca con le braccia al mio collo, assecondandomi fin da subito con un deciso movimento di bacino.- Non pensavo di arrivare a tanto.- bofonchia.- Pensavo che come ringraziamento, un pompino potesse bastare.-
Mi fermo, completamente immerso dentro di lei. – E adesso me lo dici!?-
– Non mi hai dato il tempo di parlare.- ribatte con un sogghigno.- Ma ormai è fatta, mi sa.- conclude, riprendendo a muoversi sul mio cazzo.
– Possiamo lasciar perdere.- le dico, mezzo scherzando e mezzo serio, restando immobile.
Lei mi fissa torbidamente negli occhi, continuando la danza pelvica come se non avesse mai fatto altro in vita sua. – Neanche per sogno.- sentenzia, decisa, ma con la voce roca. – Mi è piaciuto molto come mi hai leccata, nessuno lo aveva fatto mai così bene. E mi piace come mi stai scopando. Sembri proprio uno che di sesso ne sa parecchio.-
Certo che non usa mezze parole, sta sbarbina. – Per ora sei tu che stai scopando me.- le dico.
Lei annuisce.- Ma se collabori è meglio.- sentenzia. La accontento subito, riprendendo il mio andirivieni dentro di lei, che butta indietro la testa e sospira un “siiiiii” che è tutto un programma.
Continuo con calma, godendomi appieno quella guaina rovente e strettissima che mi serra l’uccello in una morsa. La guardo in faccia e mi godo pure le facce improbabili che la ragazzina esibisce, tra un digrignare di denti, uno strabuzzare di occhi ed un morsicamento di labbra, il tutto accompagnato da un concerto di gemiti e sospiri. Se non fosse così arrapante, ci sarebbe quasi da ridere.
Cinque minuti più tardi mi pianta le unghie nella schiena, butta indietro la testa e viene una seconda volta. Mi tocca tenerla su di peso, perché nella foga evidentemente si è scordata che siamo in equilibrio precario. Riesco ad evitare la caduta ma sono costretto a sfilarmi dalla sua tana.
Finalmente riapre gli occhi e mi osserva con occhio chiaramente confuso, poi abbassalo sguardo sul mio uccello.
– Non sei venuto!? – dice, quasi sorpresa. Io mi limito a scuotere la testa. – Wow! – fa lei e non capisco se è un moto di soddisfazione o se è delusa. Non resto li a studiarci sopra: la rimetto diritta, poi la giro e la faccio appoggiare con le mani sull’albero, piegata a novanta gradi. Lei non protesta e mi asseconda, voltando la testa per osservare i miei movimenti, e spingendo il culetto verso di me. Per un istante resto a godermi il panorama, mentre il mio lato perverso contempla la possibilità in infornarla nel secondo canale. Poi un minimo di raziocinio si fa strada e decido che molto probabilmente la tipa non ha molta dimestichezza con tali pratiche quindi punto nuovamente alla via tradizionale. Ci scivolo dentro come nel burro, la agguanto per i fianchi e comincio a darci dentro come si deve. Il concerto riprende più intenso di prima, con lei che assorbe i miei colpi con evidente soddisfazione. Ma essendo un culofilo incurabile, non sono assolutamente capace di stare fermo, se non altro con le mani. Sposto un po’ la presa e, quasi casualmente, il mio pollice si appoggia al suo forellino posteriore. Spingo leggermente col polpastrello e sento che lo sfintere reagisce contraendosi.
– Cosa fai?- mi chiede lei, voltandosi verso di me. Non mi sembra particolarmente contrariata, quindi continuo il mio lavoro. – Esploro.- mi limito a dire, spingendo un po’ di più. Il pollice sprofonda nel suo culetto e la sento rabbrividire. – Dimmi se ti faccio male.- le sussurro in un orecchio.
Lei scuote la testa. – È… strano, ma… non mi fa male.- dice, con tono quasi sorpreso.
Al che continuo tranquillo. Magari non potrò incularmela come mi piacerebbe, ma un po’ di stimolazione non guasta… eccome se non guasta.
Sembra che il trattamento le abbia fatto ingranare la quarta, e in men che non si dica la pischella sembra la controfigura dell’indemoniata dell’Esorcista. Praticamente si scopa da sola ed io comincio ad avere qualche difficoltà a mantenere il controllo: sento che anche il mio orgasmo si sta avvinando al galoppo.
Vorrei rallentare, ma appena tento di farlo lei si volta di s**tto quai incenerendomi con un occhiata. – Scopami forte! – ordina perentoria. – Sbattimi, fammi venire di nuovo!-
Serro i denti e obbedisco all’ordine, continuando a ravanarle lo sfintere posteriore con il dito.
– Si, oh siii! – fa lei, qualche momento più tardi. – si, ci sono… dai!… ancora!- poi molla uno strillo e si abbatte contro l’albero come se le avessi tirato una martellata in testa. Il problema è che la strizzata che mi tira al cazzo mi da il colpo di grazia: è il mio turno di rantolare mentre mi arrabatto per sfilarmi da quel pertugio bollente prima di combinare qualche casino. Barcollo all’indietro impacciato dai pantaloni che sono finiti all’altezza caviglie smoccolando come un turco, giusto in tempo per non riempirle la figa di sperma. Lei, che ovviamente si è perfettamente accorta di tutta la faccenda, si volta di s**tto e mi afferra l’uccello, si accascia ai miei piedi e si infila la cappella in bocca proprio mentre parte il primo schizzo. La vedo strabuzzare gli occhi ma in quel momento non me ne preoccupo affatto: le vengo in bocca senza remora alcuna, godendomi la morbidezza calda e salivosa e la sua linguetta impertinente. E per fortuna c’è l’albero sul quale posso aggrapparmi, altrimenti finirei lungo disteso tra i cespugli. Lei continua imperterrita il suo lavoro di pulizia, finché mi sfilo gentilmente dalla sua bocca.
Mi sorride, inghiottendo e pulendosi con la punta delle dita una goccia di sperma che le è sfuggita dall’angolo della bocca.
– Wow! – mi fa, sorridendo.- ancora un po’ e mi anneghi!- si rimette in piedi e riabbassa la gonna sui fianchi, poi mi si avvicina. – Buono… pensavo avesse tutto un altro gusto.-
– Perché avrebbe dovuto avere un sapore differente dagli altri?- le chiedo, cercando di tirare su i pantaloni.
– E io che ne sono che gusto ha la sborra degli altri… è la prima volta che l’assaggio.- dice, innocente come un agnellino.
– Vuoi dire che non avevi mai…?- chiedo, bloccandomi con i pantaloni a mezz’asta.
– Mhmmm!- annuisce lei, avvicinandosi ancora un po’, fino a sfiorarmi. – Ma sei stato così carino con me…- fa spallucce e mi piazza le braccia attorno a collo. – Nessuno mi aveva mai fatto godere tanto. Mi è piaciuto davvero molto.-
– Sono lusingato.- rispondo come un ebete, decisamente a corto di parole.
– Soprattutto quello che mi hai fatto con le dita.- abbassa lo sguardo con fare molto pudico, poi si morde il labbro inferiore e mi sbircia da sotto la frangetta.- Ti andrebbe di rivederci?- chiede, dopo un lungo attimo di esitazione.
Le sorrido a mia volta, mentre finalmente riesco a chiudere la cintura dei pantaloni.
– Sarebbe un vero piacere.- le dico.
Lei mi guarda e sorride felice. – Si.- conclude poi – Mi sa che sarà un vero piacere… moolto piacere. Mi sa che potrò imparare parecchie cosette divertenti, con te.-
Io la fisso, ripenso al suo culetto e infine decreto: – di questo sono assolutamente certo!-